ZANDONAI NON E' UN PASSATO REMOTO

di Linda Trabucco

Un roveretano da non dimenticare



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Quando Riccardo Zandonai nacque, il 29 maggio 1883, il Borgo Sacco era un Municipio indipendente del Tirolo Austroungarico. Sarebbe stato unito a Rovereto solo nel 1927. La casa di via Damiano Chiesa, tra la stazione e l'Adige, è oggi fatiscente, in attesa di un acquisto che il Comune trentino non può al momento sostenere. Il suo illustre figlio aveva meritato qualche risarcimento almeno nel centotrentesimo suo anniversario: la risistemazione della targa apposta sull'edificio dall'ultimo sindaco di Sacco, Gianbattista Filzi nel 1916 ed il restauro del suo primo violino, costruito da un artigiano locale, a cura del Centro studi dedicato al compositore, cui si univano l'Associazione Mozart Italia, la Biblioteca Tartarotti ed il Museo Civico. Anche il Gruppo di Anziani di Sacco si adopera per tener viva la memoria del suo musicista con ragguardevoli iniziative. Il Centro internazionale di studi Riccardo Zandonai, che s'incarica dell'odierna esecuzione delle opere, ha promosso il catalogo tematico delle stesse, a cura di Diego Cescotti, studioso impegnato pure dal 2001 nella digitalizzazione dei carteggi ammontanti a dodicimila records, per la maggior parte appartenenti alla Biblioteca Tartarotti, come il carteggio con i familiari e quello con Giovannini, editi nel '99; i restanti repertori sono nel Centro Manoscritti di Pavia, nell'Archivio di Casa Ricordi, nella Biblioteca Universitaria di Catania, Vittoriale di Gardone, Società Letteraria di Verona, Collezione dell'amico Lino Leonardi. Lodevole l'attività anche recentissima dell'Accademia Roveretana degli Agiati: Meravigliosamente un amor mi distringe è il titolo di un convegno svoltosi dal 29 al 30 maggio scorso, sulla Francesca da Rimini, e di un volume di Federica Fortunato ed Irene Comisso, presentato il 10 maggio da Angelo Foletto. Il miele e le spine inaugurava nel 2012 le pubblicazioni di Studi Zandonaiani, proseguite con Alba d'Aprile e A harmless music. Gli Atti dell'Accademia contengono lavori molto accurati di Cescotti, responsabile della collana.

Intitolato a Zandonai è il pregevole Teatro sul corso Bettini, riaperto nell'ottobre 2014 dopo lunghi lavori di ristrutturazione. Risale al 1782 la scelta da parte di due nobiluomini cittadini, il Conte Alberti Poja ed il Cavalier Carpentari, di un terreno in Contrà Nuova dei Paganini, un'elegante zona residenziale, allo scopo di costruirvi un salone per musica con palchetti. Ne affidarono il progetto a Filippo Maccari e le decorazioni allo scenografo Francesco Marcola. Già nel 1827 il teatro ebbe bisogno di un ammodernamento, avviato alla morte dell'Alberti, con il passaggio a nuovi proprietari. Giovanni Picutti fu incaricato della pittura del rinnovato soffitto. Il Comune venne in possesso dell'edificio quarant'anni più tardi, cedendo i palchi a privati che si sarebbero impegnati a ripulirli. La facciata fu concepita solo nel '71, ad opera dell'ingegner Francesco Saverio Tamanini con l'atrio ed il foyer, ed i vicini giardini pubblici oggi intitolati a Giorgio Perlasca. Antonio Ermolao Paoletti e Carlo Matscheg abbellirono il soffitto con nuovi ornamenti. Un decennio dopo si potè ampliare il palcoscenico sul sito retrostante offerto da Irene Pasquali de Tacchi, tanto da poter ospitare un allestimento dell'Aida.

Ma l'umiliante destinazione a magazzino e scuderia in tempo di guerra, rovinò la preziosa struttura. Dopo la riapertura, celebrata con la rappresentazione di Francesca da Rimini il 30 agosto 1919, l'amministrazione comunale comperò i palchi e decise la dedica del risistemato Teatro sociale alla principale autorità musicale della città. Fu allora che il tempio della lirica corse il rischio di essere completamente riedificato in stile moderno, a gradinate in cemento, come prevedeva un piano di Ettore Giberti. Giulietta e Romeo lo reinaugurò il 30 aprile 1924, dopo il radicale, ma rispettoso rifacimento di impianti ed arredi, curato da Augusto Sezanne. Bombardato durante la seconda Guerra, il teatro venne riparato nel 1971. Chiuso nel 2002, attese l'ultimo adattamento alle norme di sicurezza, consolidamento integrale e ripristino storico dei particolari pittorici.



Nel 1951 alla presenza della vedova di Zandonai, il soprano drammatico Tarquinia Tarquini, venne posato in piazza Rosmini il bronzo dello scultore conterraneo Carlo Fait. Nell'opera i tratti spigolosi del compositore appaiono addolciti, rispetto alle numerose fotografie esistenti ed ai ritratti, come il disegno a sanguigna di Vittorio Casetti e quello di Luigi Ratini. Come molti bambini destinati alla musica, il piccolo Riccardo, già avvezzo alle esibizioni del papà Luigi, ciabattino, bombardino nella banda di Sacco, e dello zio che si dilettava di chitarra, era incuriosito dall'organo della chiesa. La formazione iniziale fu bandistica, a lezione da un trombonista dilettante tuttofare, che mise in mano al bimbo anche un violino.

Vincenzo Gianferrari, invece, direttore della Scuola di musica roveretana, iniziò l'adolescente al pianoforte, disciplinando i suoi primi saggi da clarinettista autodidatta ed animatore dei salotti roveretani. L'apprendistato presso il Gianferrari ebbe il merito di conferire ai primi esperimenti del ragazzo una meticolosità che resterà nella sua produzione matura. Indirizzato poi al Liceo musicale di Pesaro - divenuto Conservatorio nel '32 - dove trovò alloggio dai conterranei Kalchsmidt, a diciotto anni Zandonai aveva già concluso gli studi, guidato da un Pietro Mascagni al colmo dell'affermazione professionale, ed Antonio Cicognani. Con il compito di diploma, la cantata Il ritorno di Odisseo, su un poemetto del Pascoli, vinse un concorso bandito dal Ministero dell'Istruzione austriaco. Mentre la fiaba dei Grimm L'uccellino d'oro, musicata per la banda di Sacco con cui era tornato a lavorare, Il sogno di Rosetta, Era Lucia, costituiscono prove di intima espressione destinata ad un successivo consolidamento. Mentre a Magonza Schott gli pubblicava una ballata destinata ad una certa risonanza, Visione invernale piacque a Boito, e l'atto unico da Schiller, La coppa del re, attirò l'attenzione di Mahler, con cui il ragazzo condivideva l'attitudine dolomitica. Proprio Boito lo introdusse allora presso Giulio Ricordi, pronto a prendere in seria considerazione Il grillo del focolare, che musicava un testo di Dickens. Dunque la produzione era già cospicua e quanto mai variegata, comprendendo liriche e composizioni strumentali da camera. Riccardo frequentava già il bel mondo milanese, e il salotto di Vittoria Cima in primis, incoraggiato da Tancredi Pizzini, medico del Teatro alla Scala, in seguito ancora suo tutor in circostanze varie. 1)

Ed ecco che l'inclinazione a sondare l'animo femminile prese sostanza con Melenis, opera destinata all'oblio dopo pochissime recite, riproposta alla Sala Filarmonica di Corso Rosmini nell'ottobre 2010.
Melenis, nel libretto di Massimo Spiritini e Carlo Zangarini, tratto dal poema Miloenis di Louis Hyacinthe Bouilhet, è una etèra protagonista di una tragica storia d'amore all'epoca degli Antonini e delle esecuzioni nel Circo Massimo. Il venticinquenne Zandonai affrontò l'esigenza, pertanto allora comunissima dall'Aida alle grecità debussiane, di rinnovare il linguaggio attraverso arcaismi e citazioni esotiche, con studio approfonditissimo alle fonti ed elaborazione assai personale. Anche gli aspetti diegetici e drammaturgici, fondati su di un soggetto alquanto inusuale, si avvalsero di una versione decisamente nuova, vicina ai recenti traguardi della psicanalisi e, d'altro canto, della costruzione cinematografica. 2)

Le acquisizioni compiute condussero subito l'autore a concepire Conchita dal dramma di Pierre Louÿs, volto in libretto da Maurice Vaucaire, con la mano di Illica, che Zangarini tradusse. La nuova opera prese la via di Londra e Parigi, in attesa di varcare l'Oceano, prima ancora che la precedente potesse debuttare. Dunque, ansioso di produrre e sospinto tra l'impresario scaligero Mingardi, il presidente del comitato di gestione duca Visconti di Modrone e la Casa Ricordi, Zandonai si trovò in mezzo ad un gioco di mercanteggiamenti, mal contrastati dall'amico Nicola D'Atri e dalla dama Luisa de Probizer, che dilazionarono la rappresentazione di Melenis ben oltre le repliche del secondo melodramma e addirittura gli approcci con d'Annunzio per il terzo. 3)

Al milanese Teatro Del Verme Zandonai consolidò la già annosa liason con la prima interprete di quella Carmen alla rovescia, poderosa voce di fama internazionale, soprattutto americana, che divenne autentica ipostasi di quella figura. Mentre all'impervio ruolo di Francesca da Rimini, pur pensato per lei, Tarquinia dovette rinunciare, e, addolorata, decidere di troncare la giovane carriera, consolata solo da un ameno soggiorno toscano con il Maestro. Il passionale dramma dannunziano era stato ripreso da Zandonai, con Tito Ricordi - incaricatosi delle esosissime trattative con il Vate - e rivolto ad una visione spirituale del personaggio, ed alle affinità con i fiabeschi amori di Melisande ed Isotta, sortite nella cornice del Lago di Lugano. La vacanza, che contrappuntava il successo del debutto e delle repliche, veniva turbata dai venti di guerra, particolarmente minacciosi per il suddito austriaco da tempo lontano dalla sua Rovereto. Finché Riccardo decise di rifugiarsi a Pesaro, forte di una proclamata italianità, accogliendo più tardi i genitori e i due figlioletti dei cugino sfollati. Nonostante il tributo della città marchigiana con la cittadinanza onoraria, egli fu condannato per alto tradimento dal Regio Tribunale Provinciale di Innsbruck, che gli confiscò ogni proprietà.

Tempi difficili, ma professionalmente floridi, con la Francesca da Rimini che, dopo il successo a Londra, inaugurava la stagione del Costanzi, la commissione da parte dell'Accademia di Santa Cecilia del poema sinfonico Primavera in Val di Sole, e dell'Accademia Filarmonica Romana, per la sedicesima Messa da Requiem, in puro stile ceciliano a cappella, dedicata al Re Umberto I, eseguita al Pantheon da cento coristi il 14 marzo 1916. Furono queste orgogliose attestazioni patrie a rendere il musicista vulnerabile alle recriminazioni della giustizia asburgica.

A Pesaro, nel '19, vide la luce La via della finestra, con libretto di Giuseppe Adami sulle schermaglie, generate dai sospetti indotti dalla suocera, tra sposi che ritrovano l'armonia in una «notte di primavera che respiri sommessa sulla nuova dolcezza di una nuova promessa!… ». Il poeta Arturo Rossato comincerà la sua collaborazione con Zandonai tre anni più tardi, per Giulietta e Romeo, condotta dallo stesso compositore al Teatro Costanzi. Opera eterea, dalla strumentazione sofisticata, celebra la triste vicenda veronese con accenti di intensa compassione.

L'incontro non felicissimo con Arturo Toscanini avvenne con I cavalieri di Ekebù, che questi diresse alla Scala il 7 marzo 1925. La strana saga dell'alcolizzato Gösta Berling aveva avuto rilievo nella cinematografia svedese, l'anno precedente, ponendo Greta Garbo al suo sesto film, all'attenzione internazionale. L'arduo recitativo continuo è sorretto da un'orchestrazione sapientemente simbolista, ricca di rimandi ad un arcaico Värmland, come härliga Land di vaghezza straordinaria. L'ossequio di Zandonai all'Accademica svedese e Nobel Selma Lagerlöf, che incontrò nel '28 alla prima dei Kavaljererna på Ekeby, al Teatro Reale di Stoccolma, gli valse un'onorificenza conferitagli dal re Gustavo V.

Il mese seguente era pronta Giuliano, rappresentata al San Carlo, la Legenda dell'eremita Giuliano già volta in dramma mistico da Gustave Flaubert. Si chiamerà San Giuliano la nuova villa pesarese del musicista, innamorato della città di Rossini e fautore della sua renaissance. L'amata magione sui colli fu dal 1931, dopo la Casetta del Grillo degli studi, acquistata nel '16, centro d'incontri e fucina di creazioni, quali i descrittivi Quadri di Segantini, Una partita e La Farsa amorosa, finché la guerra non la mutò in campo minato e trincea, con i tedeschi spadroneggianti, tirannici, demolitori d'ogni cosa. I due pianoforti vennero salvati trovando precario riparo nel Conservatorio, di cui Zandonai, già consigliere artistico, nel giugno del '40 aveva accettato non senza resistenze la direzione. Continuò a guidarlo anche dal rifugio nel Convento di Montebaroccio. Intanto intraprendeva la scrittura del Bacio, ultima sua opera rimasta incompiuta anche nel libretto: dopo la scomparsa di Rossato anche Zandonai, a sessantun anni e senza vedere la fine della guerra, lasciò questo mondo per le complicanze di un intervento al fegato nell'ospedale di Trebbiantico.

Il lascito ha qualche riesumazione di titoli meno noti, di solito in forma concertistica o semiscenica, ai tempi nostri: nel 2002 il Politeama Greco di Lecce ha presentato, introdotta da Bruno Cagnoli, Una partita, mai più eseguita dal 1969, avventura ispanica secentesca ispirata al Don Juan de Maraña di Dumas senior e resa con colore iberico; La Farsa amorosa è stata apprezzata nel 2006, al Teatro Grattacielo di New York, Sala Alice Tully, dove han preso vita Renzo, Lucia ed i loro comprimari manzoniani in situazioni paradossali, dimenticati dal '54.

Il Bacio venne prodotta dalla Rai di Milano in una trasmissione radio postuma del 1954, diretta da Molinari Pradelli. Desunta da Eugenia, novella dalle Sieben Legenden di Gottfried Keller, l'opera ambienta in epoca alessandrina gli amori di Marzio e Vestilia, nascostasi in un convento, in vesti di monaco.

A parte l'eccezione della popolarissima Francesca da Rimini, gli undici lavori teatrali di Zandonai ebbero disparata fortuna, ma credito sicuro allorquando affidati alla sua celebrata bacchetta. 4) Il compositore di frontiera, operista postmoderno, usava includere nei programmi di concerto gli episodi orchestrali dei suoi melodrammi, ponendo in risalto la sua tempra europea di squisito sinfonista. Tra la Serenata medioevale e le musiche di scena per Biancaneve, punteggiano qua e là una vocazione musicale completa i lavori corali e le pagine cameristiche su poesie illustri dei contemporanei, delicate, oppure incredibilmente votate ad una trionfalistica, ironica réclame para-futurista. 5) Si rivelano prove di crescente padronanza assoluta delle strutture e sapienza timbrica di raffinatezza quasi francese le giovanili due suites Terra nativa, ossia "impressioni" Primavera in Val di Sole - che si soffermavano sulle immagini di un'Alba triste, Nel bosco, Il ruscello, L'Eco, Sciame di Farfalle - ed Autunno fra i monti, il Concerto romantico e le mature Ballata eroica, Fra gli alberghi delle Dolomiti, Quadri di Segantini - L'aratura, Idillio, Il ritorno al paese natio, Meriggio - di struggente, paesaggistico sentimento; Il flauto notturno, Spleen, Sinfonietta settecentesca, Concierto andaluso, Colombina, Trio-Serenata, Sera, Tempo di valzer, Telefunken, Rapsodia trentina, si distinguono dalle coeve avventure dei nuovi sinfonisti italiani, elaborando in stile sorprendente velature sonore, cromatismi e relazioni armoniche talora folgoranti, su tessuti ritmici ideati con logica adamantina, lezioni mutuate dalle audacie internazionali che andavano sconvolgendo i falliti equilibri ornamentali di fine Ottocento.


 

 

 



Tutte le immagini sono fotografie scattate dagli autori degli articoli.  Il Teatro comunale Zandonai è ripreso nel marzo 2013, prima del completamento del più recente restauro.