LE VIBRAZIONI DEL DANZARE - I)

di Ivana Barbara Torto

Balli d'ieri: la felicità in un manualetto vintage


parte prima


ESSERE E COMUNICARE NELLA E CON LA DANZA




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Sfogliando il vecchio volumetto di Giuseppe Gavina, Balli d'ieri, Ed. Hoepli, 1914, ci imbattiamo subito in un primo punto decisivo: l’annosa questione se il ballare, o più ampiamente, il danzare, sia da considerarsi più propriamente arte o unicamente sport. La risposta giungerebbe a noi moderni tuttavia spontanea in quanto esistono, peraltro, le danze sportive!

G. Gavina, nel suo interessante excursus sui balli di ieri, predispone diversi capitoli in cui si trattano gli aspetti non solo tecnico ed educativo del ballo, ma soprattutto amplia la terza edizione sottolineandone una dimensione artistica ed insieme estetica. Non casualmente, se prestiamo attenzione al capitolo primo, s’inizia con Psicologia ed estetica della danza!

Gavina evidenzia, quali elementi costitutivi del ballo, le sensazioni piacevoli che derivano dall’attività muscolare, ma esse stesse reciprocamente influiscono sulla medesima: “Questi svariati elementi di sensazioni piacevoli, quali si riscontrano nella voluttà muscolare del cammino e del salto, trovansi bellamente fusi nel ballo, nel quale la voluttà del movimento è tanto più squisitamente sentita in quanto che la danza non è solamente moto muscolare e manovra di membra, a base di passi e salti, né è semplice sgranchimento di membra stanche di inerzia, ma è movimento e mimica, che la poesia dell’ambiente e delle persone danzanti circonfonde di dolcezza, e la musica allieta di armonie, e la vicinanza di una giovane creatura rende più soavemente intima ed inebriante, e il ritmo del passo infiora di cadenze affascinanti”.

Elegante e accurata la sua definizione legata alle origini della danza come “arte plastica, poiché anch’essa, in una fantasmagoria di movenze e di passi ritmici e di atteggiamenti, sa mirabilmente descrivere gli stati emotivi dell’anima umana, e in tutte le epoche e presso tutti i popoli essa ha efficacemente saputo tradurre lo spirito popolare, così che sempre la danza si accompagnò alle più solenni e più sentite manifestazioni dello spirito collettivo, nelle danze religiose, nelle danze guerriere, nelle danze funebri, nelle danze nuziali, nelle feste civili.”

In un grande trattato storico e teorico pubblicato nel 1933, anticipando di poco il periodo che vede il compimento delle peggiori leggi dell’uomo, le leggi razziali, il coraggioso autore, Curt Sachs, padre dell’etnomusicologia, in Storia della danza, così definisce tale universo espressivo: “La danza è la madre delle arti. Musica e poesia si determinano nel tempo, le arti figurative e l’architettura nello spazio: la danza vive ugualmente nel tempo e nello spazio. In essa creatore e creazione, opera e artista, fanno tutt’uno.
… E poi continua: “Certo questa non è arte nel senso ordinario del termine, ma l’arte non ne è esclusa, se la si intende come riproduzione dei fenomeni percepiti dalla vista e dall’udito, come qualcosa che dà forma e sostanza alle esperienze inafferrabili e irrazionali dell’inconscio e che nel processo creativo fa provare la divina felicità dell’estasi e dell’oblio di sé”.

Eppure, se si intende il danzare un’arte, o la si concepisce anche sotto l’aspetto artistico, come massima fonte di espressione, alla stessa stregua della poesia, della scrittura in prosa, del teatro e della musica, dell’arte pittorica e della scultura, dell’architettura, della fotografia, indiscutibilmente acquista un senso regolamentare passi, figure e programmi per eseguire una performance, così come sono “disciplinate” tutte le altre arti, appunto perché possano dirsi “arte” e non mera manifestazione “spontanea” dell’animo. Lo stesso Gavina occupa i successivi capitoli nella codifica di posizioni, passi, figure e movimenti che caratterizzano i balli presi in esame. Di conseguenza, le tecniche apprese, le norme che guidano trasferimenti e spostamenti, non definiscono altro che relazioni con lo spazio (le direzioni) e con il tempo (battiti e battute), in una interpretazione coreografica che, diversamente, risulterebbe “disorientata” e “in-comprensibile”, nel senso più strettamente etimologico del termine, senza espressi “accenti” ritmici.

Certo è che, in verità, solo dopo aver incamerato le regole, arriva per il vero artista la grande improvvisazione, quella di chi conosce talmente a fondo la tecnica che può dunque disfarsene, farne a meno, scomporre, scombinare e ricomporre, appunto in quanto ha raggiunto una simile libertà di movimento, che può perciò creare e ri-creare i mille volti della bellezza. Soltanto di lì, dalla conoscenza e dalla “coscienza”, deriva il gusto del saper improvvisare.

La danza è un linguaggio, universale e non verbale e, come ogni linguaggio, possiede un suo proprio codice: il ballerino codifica e decodifica per “vivere” la sua rappresentazione di “sistema di segni” attraverso cui “trasmettere” sensazioni al suo pubblico, ma ad un livello più alto riesce anche a transcodificare, cioè come ben si apprende dalla linguistica e dalla semiologia, a trasformarne il senso e il valore semantico, partendo dal codice musica e dal ritmo interiore fino a giungere all’interpretazione personale di essi attraverso forme, movimenti ed espressioni del proprio corpo; i segni del codice “musica” diventano i segni del codice “corpo”, il quale si muove spesso a contatto di un codice fatto anche di segni linguistici, quando sono presenti: si pensi alle “parole” che si uniscono alla musica creando una melodia “altra”, ma congiunta, in una base musicale, come accade in quasi tutta la produzione, di vario genere, contemporanea, utilizzata per gli spettacoli e le competizioni nella nostra società post-moderna.

Gavina si sofferma sull’aspetto estetico del corpo del danzatore, ma nel nostro tempo diventa ancora più determinante nella forma il “significato” che quel corpo rappresenta e veicola, perché dotato di una grande forza comunicativa, è un corpo che “parla”, soprattutto in un contesto sociale in cui l’immagine predomina sulla parola, in cui il rumore può coprire il suono delle parole, ma non il potere evocativo-comunicativo del linguaggio corporeo.

A questo punto, torna in auge lo studio del bello, ma inserito in una condizione di benessere psico-fisico, sulla base di quanto sopra affermato, “la bellezza autentica deriva da un rapporto sano ed equilibrato con il proprio corpo, con l’in e l’ex. E’ impensabile ritenere che il benessere sia solo “estetico”, esterno, senza coinvolgere la parte “mentale”, “corporale”, interna” (cfr. Frey Faust, La rivoluzione del movimento).

E per dirla con Gavina, vi è insieme alla riscoperta del valore artistico, la valorizzazione della sfera psicologica: “Naturalmente alle vette più elevate del piacere della danza non possono arrivare che le persone dotate d’una sensibilità squisita, e d’un certo grado di sviluppo intellettuale”.

Ed allora, dietro meravigliose coreografie, massime espressioni di forma e ampie libertà di movimento, si nascondono tanta fatica e stress fisico quotidiani, che i ballerini non mostrano al pari di altri sportivi; si potrebbe alludere per questo alla danza quale sport? Su questa alternativa indagheremo nella prossima rubrica!

 

 

 

 

1 - continua

G. Gavina, Balli d'ieri, Ed. Hoepli 1914