O TESOURO DE ALFAMA

di Linda Trabucco

Incontro con il Fado, patrimonio dell'umanità

 

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Alfama guarda il fiume Tejo dall'alto, tra il Castelo e le molte chiese, espressione di un cattolicesimo antico e geloso. Quartiere di ascendenza moresca, s'inerpica sul colle per mezzo di salite curve interrotte da bianche gradinate su cui s'affacciano abitazioni caratteristiche dall'aspetto curato, contrassegnate da nitide insegne di ceramica su cui è stampato il ritratto del padrone. E poi bottegucce amministrate da ospiti indiani, colme di merce varia e souvenirs, che si alternano a tascas prodighe a tutte le ore di profumi marinari che annunciano irresistibili pietanze. Questi locali custodiscono spesso una cripta esclusiva che si apre al crepuscolo per accogliere un rito preceduto da quella palpabile, fatata, inscalfibile attesa che solo in quei minuscoli luoghi si può sperimentare.

La liturgia del Fado recupera ogni sera l'anima dolente di un'odierna Lisbona raffinata ed aperta, soglia dell'Oceano e dei mondi lontani. Come diaframma tra la vita gaudente ed un passato oscuro, sipario fra presente impegnato nell'esorcismo della tristezza, e rassegnazione di fronte al destino, un silenzio che nessuno osa turbare si pone a confine dello spettacolo che non esibisce, ma dichiara, serba, evoca.

L'abbandono, l'incertezza del mare infido sono i fantasmi dell'imponderabile. La Sorte, il Fato, avviluppa il cuore consentendogli la sola lamentazione declinata nei secoli dalle espressioni d'Oriente al Lundu degli schiavi neri, eppure per sempre fedele alla propria natura. Dall'Ottocento, dalla voce della sfortunata Maria Severa Onofriana, il canto continua ad affermare, con intenzione di omeopatico abbandono, la sua inerme potenza. L'interiorità in vesti nere come la paura dell'ignoto, scaturisce dal solista, ché un coro sarebbe già di consolazione. Ma non è dato, non in territorio del Sud, stringersi in comunione per scaldarsi e diluire la propria saudade nella pena universale.

Per replicarsi il Fado ha bisogno anche di um espaço de cultura e convivio come lo Chapitô, ristorante in forma di miradouro nel cui ipogeo si nasconde uno dei santuari più particolari del circondario, mascherato da Escola circense e boutique d'artigianato. «Ed è un locale davvero bello in cui si respira cultura internazionale e rispetto delle tradizioni locali».* Sorto dov'era un carcere femminile, Chapitô è un ambiente snodato discendente per corti gradini, prima caffè, poi, per chi ha la costanza di addentrarvisi, ridottissima biblioteca buia, con le poltrone ricavate da curiose valigie tappezzate di velluto viola. E accanto quattro o cinque tavolini già occupati da amatori che sorbiscono ginginha o porto a lume di candela. Nello spigolo il palcoscenico, ricoperto di linoleum malmesso, accessibile con un incerto sgabello. Tra i sonatori di guitarra portuguésa e viola de fado sale la cantadeira, pronta ad immergersi - letteralmente, visto che la curiosa predella era un tempo la vasca della lavanderia - occhi chiusi, nel sentimento sorgivo. La voce calda, impostata di petto, appena vibrante e liquida sui melismi, unico ricordo d'un Oriente invasore in ambiente occidentalissimo, parla, con rabbia, di giuramenti traditi, di nostalgia inguaribile, d'amore. La lingua portoghese distribuisce versi soavi, dalle consonanti glissate, in quartine simmetriche, delicati all'ascolto, pure nella perorazione. L'abito non è di scena, ma di modesta contemporaneità. La giovane, graziosa, ad ogni coppia di Fados lascia sonare i colleghi in duo strumentale, prima che tutti e tre interrompano l'esecuzione per qualche minuto di riposo. Contrappunto semplice, armonie scarne, ma senza alcuna enfatizzazione dei bassi, come usa una certa infelice tendenza attualizzante del genere. Degli artisti non conosciamo nemmeno i nomi. Non sono scritti in nessun posto e tutto sommato non c'interessano: l'importante ruolo di officianti non determina protagonismo.

L'applauso è concesso e scuote l'uditorio dalla meditazione catartica sull'umana disperazione. Niente a che fare con i riempitivi di pranzi e cene in uso dalle nostre parti, dove nessuno ascolta e tutti tentano di comunicare sovrastando vanamente i suoni con la parola. Nelle casas do fado il pubblico si compenetra ed il turista viziato è obbligato al sano silenzio, almeno da sguardi di sussiego tutt'intorno. Il garçom non interrompe la cerimonia, e quando può infilarsi tra i tavoli, negli intervalli, sussurra discreto all'orecchio del cliente. Atmosfera serissima in un luogo bizzarro. Fuori, sulla strada deserta che porta al trittico di azulejos dedicati a Santo António, l'aria è tersa, i bagliori notturni magici. La luna, a Lisbona, veglia sul tesoro più speciale, tra i tanti di cui la città può fregiarsi: un patrimonio immateriale dell'umanità che l'UNESCO le riconosce come onorificenza per la capacità di conservare viva l'intensità della passione.





 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

* A. Romano, D'amore e baccalà, Torino 2018, p. 74.

Tutte le immagini sono fotografie scattate dagli autori degli articoli
. L'ultima ritrae la vetrina di negozio a Praça da Figueira.