L'IDENTITÀ NEL CANTO

di Linda Trabucco

Alfama in uno straordinario museo

 

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«Il Fado non è né allegro né triste. Lo creò l'anima portoghese quando ancora non esisteva e desiderava tutto senza avere la forza di desiderarlo». Fernando Pessoa testimonia l'atteggiamento filosofico che accompagna il canto di Alfama. Più di recente Miguel Esteves Cardoso si spinge alla profonda considerazione che «Il Fado è una perpetua ricostruzione del passato, sapendo sempre che mai si potrà ricostruire in tempo per evitare il futuro». Il sentimento da cui scaturisce il Fado, la saudade, nostalgia, struggimento, trae origine dalla memoria, ad essa è consustanziale e ne segue il tempo eterno. Il cuore lusitano conserva la sua peculiare espressione diffondendola, ma ne rifiuta lo svilimento commerciale. Tuttavia il suo attaccamento non è divenuto fanatismo, tentazione cui non si sono sottratte tradizioni ripristinate in altre regioni europee.

Alfredo Duarte, O Marceneiro, dichiarava: «Il mio maggior dispiacere, in relazione al Fado, fu registrar dischi; i dischi videro il Fado industrializzato. Il Fado non si deve vendere: io canto perché la mia anima lo ordina, canto come se pregassi. Non mi piace cantare per le macchine. Voglio vedere il pubblico, analizzare le sue reazioni, vedere se gli piace». Invece sin dalla nascita della registrazione a Lisbona, nel 1904, le incisioni proliferarono e diffusero l'espressione, ed incontrarono consonanze straordinarie. Almeno finché l'archivio principale, il Museo del Disco Antico nella Casa Valentim de Carvalho, venne annientato dal rogo del 25 agosto 1988, quando il fuoco sprigionatosi nei Magazzini Grandella invase e carbonizzò tutto lo Chiado.

Quindi il Fado, pur vivo e vitale come non mai, pur fuori del tempo sensibile con quel suo anelito perenne alla morte, doveva avere un ricetto che ne serbasse il lascito. Vent'anni fa, nel 1998, un Museo ne raccolse la storia con amore, proprio ai piedi del quartiere natale, dunque tra il colle di Alfama ed il grande fiume della città. Struttura moderna, dotata di un centro di ricerca e di una Scuola per lezioni settimanali individuali ed in coppia, guidate da rinomati maestri, ha meritato, in novembre, una grandiosa cerimonia per il ventennale, con uno spettacolo notturno meraviglioso di ologrammi concatenati, accompagnati dalle voci di Carlos do Carmo, Mariza, Camané e José Manuel Neto. Tutta la passione di un popolo vi si custodisce, pronta a manifestare il suo cammino, spesso difficile, in citazioni impresse sul rivestimento delle pareti che accompagnano il visitatore nella conoscenza di strumenti, mezzi di riproduzione, documenti, e di tutto un universo d'arte che rende omaggio al genere mediante dipinti significativi. Il patrimonio intangibile si fa reale e racconta la sua evoluzione. Due opere emblematiche guidano alla scoperta delle origini umilissime: José Malhoa creò nel 1910 O Fado, presentato, e premiato, all'Esposizione nazionale Buenos Aires per il centenario della Repubblica. L'ambiente modesto di un'abitazione plebea, restituito nei minimi, miserrimi dettagli, ritrae la prostituta Adelaide da Facada, ornata sul viso di una brutta cicatrice da rasoio, protesa verso Amancio che suona la guitarra portuguesa. Questi era carcerato e Malhoa lo traeva dalla prigione per le sedute di posa, per poi ricondurvelo, stando ben attento a non provocarlo mai, né con le grazie della modella, né con atti equivocabili. Il Fado è il canto, dunque, di donne di malaffare e scaricatori di porto, ex schiavi neri e reietti, coniugato con danze di ascendenza africana giunte dal Brasile dopo l'indipendenza, svolte in coppie multiple. Un segno che l'incontro di culture, nel bene e nel male, produce sempre arricchimento. O marinheiro, il trittico di Costantino Fernandez, ne mostra l'altro volto: la separazione muta e dolente delle famiglie, quando ci si metteva in mare verso la Norvegia, in caccia di merluzzi.

Proprio dopo il primo decennio del secolo il Fado arrivò sui palcoscenici, spesso inserito nel vaudeville, e sconfinò nei locali del Bairro Alto. Un gran numero di pubblicazioni specializzate offre la misura di tanta popolarità, accresciutasi dal tempo dell'approdo in Portogallo. Ruy Vieira Nery ne sottolinea il progressivo adattamento al nuovo contesto, compiuto in rapida evoluzione, non senza aver subito l'influsso sudamericano dell'aristocratica modinha, carica di malinconia. Il Fado Castiço delle origini si distinse nel mesto Minor, in contrasto con il ritmato Corrido ed il Mouraria.

L'illustrazione del Fado prosegue con le tele alternative, polemiche, di Júlio Pomar, João Vieira, Cândido da Costa Pinto, Miguel de João Abel Malta, João Pedro Vale, di cui va orgogliosa la direttrice del Museo, Sara Pereira, storica dell'arte. Amália Rodriguez, è celebrata da Eduardo Malta, Maluda, Leonel Moura, Silva Nogueira, Augusto Cabrita, Adriana Molder, Emerico. Alla Regina si deve la riabilitazione di un'espressione per lei tanto naturale. Ella fa accadere il Fado, senza lottare, chiedendo senza aspettare risposta. La stagione della dittatura, lo Stato nuovo, ineluttabile come il destino, censurerà testi e musiche col proposito di estinguerli, senza riuscire a controllare la cantante, pronta ad affascinare il mondo. Dal folclore alla poesia colta di Pessoa e Oulmain all'interpretazione di poesie italiane, finché il sospetto di difesa del regime bandirà il Fado e la sua voce più celebre, all'indomani della Rivoluzione dei garofani. Sempre remissiva, Amália lascerà la sua Patria, in attesa di un definitivo riconoscimento.

La sua versione della Casa da Mariquinhas di Alfredo Marceneiro, ritrova dopo anni il nido dell'amore mutato in un banco dei pegni. Ne vediamo una ricostruzione in miniatura realizzata dal suo autore in una vetrina del Museo: ha vasi di fiori davanti alle finestre, trapunte fiorate con l'orlo, quadri di gusto malizioso e una chitarra. Un esercito di celebri interpreti l'osserva, da vasti pannelli, sui due piani. Sì, poiché «i fadisti non muoiono come gli altri uomini, o meglio, nemmeno muoiono. Tutta la vita anelano alla morte». E poi diventano miti, da A Severa, morta come Violetta Valery, ad Amália. Tra le immagini dei viventi anche l'ultima diva Mariza, che ad un look fatale postmoderno unisce voce duttile ed interpretazione di struggente raffinatezza. Porta la pelle tatuata come i predecessori, ricoperti di variopinti simboli marinari o religiosi sul corpo e tra pollice ed indice. Di ognuno si può ascoltare la voce digitando sul device ottenuto in biglietteria le cifre indicate. Confortevoli postazioni consentono una concentrazione coinvolgente ed una sala cinematografica offre pensieri e racconti.

Violas de fado e guiitarras incantano dalle vetrine, con dimostrazioni di procedimenti liutai. Viole a pizzico ansate come chitarre nostrane, sebbene con le spalle più minute, si alternano a bellissimi attrezzi con la cassa a goccia, il fondo appena curvo ed il cavigliere a ventaglio da cui spunta un esile riccio, capaci di contrappuntare il canto proseguendone il discorso in un emozionato continuum di articolazioni. Furono gli Inglesi ad introdurre questo figlio dell'antica cetra a Lisbona ed Oporto, nel decennio in cui controllarono il Paese opponendosi agli attacchi di Napoleone. Dal 1840 il Fado se ne giovò come sostegno melodico privilegiato; Álvaro da Silveira e la famiglia Cardóso ne svilupparono l'artigianato, preparando le innovazioni dei Graçio. A Luís Carlos da Silva, Armando Freire, Artur e Carlos Paredes, José Nunes il vanto delle esecuzioni più elaborate.

Ancor più fanno presa su cuori sensibili al vintage le macchine da riproduzione e gli strumenti automatici: ottocenteschi rulli e dischi perforati con gli apparecchi lettori a manovella, come il Clariophone, fonografi e grammofoni pregiati, un autopiano Hupfel degli Anni Venti, uno splendido mobile radio, giradischi e tv.

«Anime sconfitte, notti andate perse, ombre bizzarre nel Quartiere dei Mori, il canto di una ruffiana, chitarre in lacrime, amore geloso, ceneri e fuoco, dolore e peccato. Tutto questo esiste, tutto questo è triste, tutto questo è Fado».*


 

 


 

 

 


* Tudo isto é Fado di Anibal Nazaré e Frederico de Carvalho.


Molte informazioni sono tratte dal blog Fado e musica popolare portoghese, curato da Luisa Notarangelo, http://fadoportoghese.blogspot.com

Tutte le immagini sono fotografie scattate dagli autori degli articoli