LA GLORIA CELESTE DI CITTÀ DELLA PIEVE



di Linda Trabucco


L'abside controriformista del Pomarancio


 

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Chi entra nella Cattedrale di Città della Pieve incontra subito la promessa del Paradiso. L'affresco che occupa l'intera volta absidale presenta con chiarezza al cristiano fedele un destino di sempiterna festa interdetto ai luterani non eletti: pur lacunoso, per gli esiti di un incendio causato da un fulmine nel 1783, il vasto progetto dall'impianto geometricamente composto, testimonia l'azione in città del pittore Antonio Circignani, figlio di quel Nicolò da Pomarance di cui ereditò il celebre appellativo. Antonio compì anche i dipinti negli altari a cornu Epistolae, Lo Sposalizio della Vergine e la Madonna del Carmine, ed una tela sita nella sacrestia, opere circondate da una messe di lavori autorevolissimi del Savini, della scuola del Giambologna, Domenico di Paride Alfani, Giacinto Boccanera, e di Pietro Perugino che raffigurò, oltre al Battesimo di Cristo, la Madonna con il purpureo stendardo della città, tra i Santi Gervasio e Protasio, titolari della Cattedrale, Pietro e Paolo.

Il Pomarancio dipinse la Gloria celeste negli ultimi anni del Cinquecento, in ossequio ai dettami
tridentini. Un'orchestra ben più nutrita, con l'esercito spirituale schierato, celebra il Cristo redentore in gloria che Nicolò Pomarancio fece per San Giovanni e Paolo a Roma. Vi compare tuttavia una disposizione dei musici, più numerosi e con due gambe, tromboncino e flauto, assai simile a questa.

La posizione centrale spetta al Creatore benedicente, con il Mondo nella sinistra, circonfuso di un nimbo candido, teatralmente introdotto da una coppia di angeli. Sovrasta un trio di cantori che leggono un salterio aperto, come i loro compagni simmetricamente svolazzanti. Gli strumentisti circondano la scena al piano inferiore, intessendo un concerto a corde. Agli archi spetta la sezione a sinistra, ove troneggia un'imponente viola d'amore col cavigliere piatto e le corde azionate da un arco curvo; articolato il profilo della cassa, tortuose le effe sulla tavola armonica. Nasconde una serie di putti canori, uno dei quali impugna un lungo stilo. Di seguito, l'organo positivo ha una quindicina di canne in serie prospettica. Sulla destra di angioletti oranti e adoranti in tripudio, di cui due suonano, di qua e di là dai cantori principali, violette col riccio, ma appoggiate alla spalla, un'arpa a dieci corde mosse da entrambe le mani di un arpista perduto panneggiato di rosso. Un liuto dalla fossa di risonanza priva di intaglio, completa la sinfonia celeste.

 

 

 

 

 

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