LE FIANCÉ PERDU ET PUIS RETROUVÉ

di Lucia Fontebasso

Agreste riconciliazione

 

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«Ho lasciato la ragione e ho consultato la natura»: con queste parole Rousseau esprime la sua convinzione che l’uomo sia buono per natura e che sia la società a corromperlo e a renderlo infelice e afferma la necessità di ritrovare la purezza, l’equilibrio e la felicità a contatto appunto con la natura.
Di ritorno da una permanenza in Italia, durante la quale si era trovato spesso a cantare spensierato immerso nel paesaggio, crea in sole tre settimane Le Devin du village, intermezzo in un atto con testi e musica della stessa mano, quella di Jean-Jacques Rousseau.

Concepita secondo il modello degli Intermezzi italiani, come la Serva Padrona di Pergolesi, quest’opera presenta personaggi legati alla vita campestre, semplici e popolari, lontani dagli eroi mitologici e storici.
La realtà d’amore che ne è alla base contrasta con gli effetti maestosi e spettacolari del nobile genere della tragedia in musica e non è lo specchio di un’opera letteraria completa e complessa.

La storia è molto semplice e ruota intorno a tre personaggi: la pastorella Colette, il pastore Colin e il presunto indovino del paese. Colette crede che il suo amato Colin la abbia abbandonata perché attratto dalle avances e dai regali della ricca “Signora del posto”, simbolo del lusso che corrompe la naturale purezza umana. Allora la giovane fidanzata, tradita e solitaria, decide di farsi aiutare a riconquistare il suo amato dal devin del posto che con la sua sottile astuzia riesce a ricomporre la coppia. Consiglia, infatti, alla donna di fingere di non amare più il volubile fidanzato. Lei si affida alle “sagge lezioni” dell’indovino e in questo modo Colin ritorna subito da Colette: una problematica d’amore universale e atemporale trasposta in scena.

Troviamo quindi l’uomo comune, con i dilemmi di una vita semplice, che suscita simpatia nello spettatore sin dall’esordio, quando Colette canta la sua profonda tristezza per avere perso la felicità: j’ai perdu tout mon bonheur, j’ai perdu mon serviteur.
Il libretto, redatto da Rousseau, presenta arie in versi e molti recitativi in prosa.
Per questi ultimi si avvale della qualità della lingua francese, nonostante nella Lettre sur la Musique avesse dichiarato apertamente che l’italiano si prestava meglio all’opera, rispetto alla lingua di Corneille, considerata inadatta a essere cantata e definita un abbaiamento continuo e insopportabile.
I recitativi, accompagnati dall’orchestra, hanno un importante ruolo espressivo nell’insieme dell’opera, sia come conversazioni in prosa, sia sotto forma di repliche in versi. Richiedono che la voce non venga né alzata né abbassata troppo, con esclusione delle grida e con poca disuguaglianza nella durata e nel valore delle note.
Le arie, molto melodiche, sono semplici e hanno spesso l’aspetto di canzoni popolari, con pochissimi virtuosismi vocali. Numerose arie sono costruite su ritmi di danza, che in quest’opera trova il giusto spazio, insieme ai cori.

Le danze sono accompagnate dall’orchestra che assume un importante ruolo espressivo. Lunghe introduzioni d’orchestra precedono spesso alcune arie. Inoltre, l’orchestra ha il compito di dirigere e commentare le mimiche dei ballerini durante le azioni sceniche mute e mimate, cioè la Pantomima.
Una danza emblematica è quella che celebra alla fine i due giovani fidanzati che si riuniscono e coronano il loro sogno d’amore.

L’ideale roussoviano dell’incontaminata semplicità della vita campestre non si concretizza attraverso importanti personaggi storici di opere letterarie. Nell’ambito chiuso di un paese, due fidanzati trascorrono l’esistenza nell’innocenza e nella felicità, finché non giunge la tentazione dal mondo esterno, fonte di corruzione e infelicità, a separarli. Grazie ad un espediente, affidato a un terzo personaggio, i due ritrovano quell’unità a cui mirava l’autore fin dalla genesi dell’opera con la scelta dei nomi dei protagonisti, Colin e Colette, costruiti idillicamente su una stessa radice.
La gioia individuale dell’evento conclusivo è condivisa dalla comunità rurale attraverso una danza che restituisce l’atmosfera pittoresca e naïve del villaggio e rievoca l’amore per la natura da cui parte e a cui torna Rousseau.