MAI CARMEN CEDERÀ


di MusicAttiva

Libera sino alla morte



 

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Il giovane Georges Bizet abbandonò la scena della vita vinto dalla passione per la sua Gitana. Tanto era distaccato, quasi scientifico, il racconto di Prosper Mérimée, quanto passionale la visione del musicista, innamorato a tal punto del soggetto, e della sua meravigliosa scrittura, da dover essere frenato dai suoi librettisti e dai direttori dell'Opéra Comique, nell'infiammato proposito di dar suono alla storia nella sua forma integrale. Dal '72 al '75, tre anni di lotte per imporre la sua Carmen, spettacolo audace, travalicante i limiti tra i due generi francesi in voga: nata per il teatro leggero, l'opera si sviluppava in una intollerabile tragedia. Costi aggiuntivi per le prove, dissapori con tutto il cast, tranne il mezzosoprano Galli-Marié, che credette sino in fondo nel compito assegnatole, esacerbarono gli animi, intristirono l'autore, determinarono, pur nel giorno del tributo di un'onorificenza tanto importante come la Legion d'Onore, l'accoglienza titubante dell'inconsueta prima, di atrocità inusitate, e la caduta progressiva delle repliche.

Solo la revisione, dapprima con la versione più snella degli stessi Bizet e Halèvy, poi con l'intonazione dei dialoghi di Meilhac per il pubblico di Vienna, ad opera di Ernest Guiraud, quel soggetto virò più deciso verso i dettami del Grand-Opéra. Guiraud s'incaricò di elidere diverse pagine ridondanti: la marginale Air et Choeur, Scène et Pantomime, l'eco modulata della marcia dei monelli, a corollario della visita di Micaëla, e di alcune riflessioni chiarificatrici della temperatura emotiva, che però ne risultò deformata. Ne curò anche una traduzione italiana, carica di ombre poetiche. L'arricchimento, una certa dewagnerizzazione della forma, a correzione di uno dei più forti pretesti di dissenso al debutto, ed infine l'edizione dovuta, in esclusiva, a Edoardo Sonzogno, che aveva da poco fondato la Société des gens de lettres, per la première napoletana del '79, diedero il via al tempo del successo postumo, mai più spento.

«Quando la bella gitana si mise a correre il mondo sulla musica di Bizet» 1) trovò un'aerea eleganza che ne smussava la tinta speziata. La novella, decurtata dei primi due capitoli, acquisiva migliore uniformità diegetica liberandosi dall'asettica prospettiva originale. Il realismo quasi verista del narratore, che dall'assassinio passa ad un freddo saggio sul mondo zingaro, lascia il posto alla rutilante leggiadria di arie e danze. Nietzsche, primo estimatore, la descrisse come «musica (che) si avvicina leggera, morbida, con cortesia […] è malvagia, raffinata, fatalistica: malgrado ciò essa resta popolare - ha la raffinatezza di una razza, non quella di un individuo […]. »

Mérimée percorreva l'Andalusia per studio, quando s'imbatte nel bandito José Navarro. Senza perder di vista la sua dotta missione, quella di rintracciare in quei luoghi la Munda ove Cesare liquidò la guerra civile, prende ad ammansire l'uomo con atti cortesi, per interrogarlo. Nessun sentimento di solidarietà nel coraggioso approccio: solo curiosità di studioso. Quando Carmen compare qualche tempo dopo a Cordova, l'indagine del narratore migra immediatamente sull'universo zingaro, minuziosamente sondato in ogni situazione, presentato persino nella lingua, le cui espressioni s'intrecciano con i proverbi baschi e navarresi. I costumi vengono puntualmente descritti dall'erudito: da uomo di vasta cultura, Mérimée ne dispensa abbondantemente saggi nei suoi scritti, dai particolari di viaggi esotici alle curiosità antropologiche, alle letture di reperti antiquari.

È la giovane a presentarsi con impalpabili movenze seduttive, emergendo dal consueto bagno serale nel Guadalquivir, come Diana e le sue ninfe, con le operaie d'una conceria. Il suo ingresso nel racconto è sorprendente, come un mito disvelato nella verità di carne e sangue. A casa sua, dove egli va per farsi leggere la buona ventura, ritrova José, il suo bravo amico, che si affretta a congedarlo, preso da animata questione con la gitana. Questa è trasfigurata di rabbia e rovescia contumelie nel suo idioma arcano. L'autore riparte per Siviglia, deciso a non appellarsi al corregidor per il furto dell'orologio particolare tanto ammirato dalla zingara, e solo dopo diversi mesi, tornato al monastero dei Domenicani dove aveva lavorato su un antico manoscritto, apprende che l'hidalgo Don José, dopo aver restituito il prezioso oggetto, attende in galera di essere strangolato, privilegio riservato in Spagna ai delinquenti nobili. La visita in carcere, col dono di una scatola di sigari, introduce la storia che Bizet avrebbe messo in musica.

Basta il coro dei dragoni ad ambientarla, nella piazza di Siviglia gremita di gente indaffarata, col ponte praticabie e la manifattura. L'Ouverture è un medley festante dei temi che guideranno la vicenda, di colpo rabbuiato nella sospensione di un minaccioso, tristissimo tremolo. La piccina forestiera che affronta la soldataglia è la dolce Micaëla. Meilhac ed Halévy l'hanno inventata perché un'antagonista di campestre, moralissimo candore, si opponesse alla personificazione del male. La novella ne adombra l'abbigliamento prescritto esattamente dal libretto e più volte indicato di seguito, quando Mérimée cita la gonna turchina e le trecce sciolte sulle spalle, tipiche di Navarra ed alcune Province Basche, contrapposte alla gonna rossa molto corta, che lasciava scorgere le calze di seta bianca con molti buchi, che si materializzerà di lì a poco, ma soprattutto a quella mantiglia abilmente scostata per mostrare le spalle e un grosso mazzo di gaggie sullo scollo della camicia. In verità, etnologia a parte, la figura di Carmen - di liscia carnagione tendente al rame, occhi obliqui, labbra carnose e sorriso candido, chioma color ala di corvo con riflessi azzurrini - non ha mai la laida sgradevolezza di cui gli zingari hanno in genere fama: unica tra i suoi colleghi, emana persino un profumo straordinario, a cagione dei fiori di cui usa adornarsi - esile richiamo a Violetta - o delle essenze che qualche sua ricca vittima le regala.

Micaëla, sin qui, è una meteora: pur sprovveduta, non cede alla canzonatura del brigadiere Morales; il suo intervento si estingue subito, incastonato tra le vane osservazioni dei militari, presi dai siparietti piccanti di cui la passeggiata serale si anima, che sottolineano con i lunghi finali dei versi. Il cambio della guardia, spettacolare nella marcia di trombe e pifferi, si porta dietro impettiti monelli. La parte sinfonica, ripetuta con gli archi, attende di nuovo i Gamins, per poi ricomparire variata. La presentazione di Don José al luogotenente ricalca i cenni biografici esposti all'archeologo del racconto: studente di seminario, esule per essersi battuto, arruolato, nell'opera ha lasciato in paese la vecchia madre che gli manda ora la pia orfanella diciassettenne allevata sin da bambina. Le andaluse, così diverse da lei, beffarde, toujours à railler, gli fanno paura, me font peur. Ed ora, al suono della campana, le quattro o cinquecento operaie si riversano fumando per strada, ammiccando in canone. Fumo è l'insensatezza di ammirazioni e promesse, pur tanto sentimentali. Tra loro Carmen, il frutto proibito. La posa che le conferisce Mérimée, con il pugno sull'anca, la fa sprezzante. Bizet le fa cantare con voce bronzea tutta la sua filosofia dell'effimero: amore uccello selvatico, un oiseau rebeille, amore zingaro, enfant de bohème, disobbediente a qualsiasi legge. Il ritmo di Habanera, da una canzone di Yradier, tenuto dai violoncelli, e le repliche affrettate dei cori, ne segnano la generale solidarietà.

Il sortilegio s'avvia immediato in un unico gesto. Don José è colpito come un proiettile, dal fiore di gaggia sfrontatamente lanciatogli proprio in mezzo agli occhi, con un colpo di timpano conclusivo del magnetico Intermezzo d'archi. Lo raccoglie, ne aspira il profumo, quel tossico che lo avvince e ne segna il destino. È conscio d'essere conquistato, tant'è vero che lo nasconde quando Micaëla, pallida ambasciatrice di salvifici affetti, giunge ad intenerirlo con la lettera ed il bacio della madre, portogli sollevata un poco sulla punta dei piedi. Ogni dialogo, parlato o in forma recitativa, è incorniciato dalle straordinarie pagine orchestrali rimaste nel cuore di chiunque le abbia udite almeno una volta. Ma alla scena angelica si sostituisce, come nel precedente cambio di guardia, il ritorno della Carmencita. José stesso deve violare il segreto dello stanzone dove si confezionano i sigari, per arrestare la zingara, rea d'aver sfregiato una compagna dopo uno scambio d'insulti, con - aggiunge Mérimée - due abbeveratoi per le mosche sulla guancia. L'interrogatorio sortisce solo una dichiarazione stregonesca: Coupe-moi, brûle moi, je brave tout, le feu, le fer et le ciel même. Spezzami, bruciami, nulla ti dirò, io sfido tutto, il fuoco, il ferro, il cielo stesso.

Sino all'ufficio del maresciallo, dice lo scrittore, Carmen è avvolta da uno scialle che le lascia scoperto solo un occhio. Quando resta sola con Don José, egli l'osserva cominciare a lasciarsi cadere la mantiglia sulle spalle, per mostrarmi il suo visetto adescatore. Ma a commuoverlo è l'espressione nella sua lingua basca, più che le millanterie ed i mercanteggiamenti; è, amica mia, paesana mia, il magico alias della basca Micaëla, che in un'unica mossa la neutralizza. Senonché la parlata delle zingare è proteiforme, come l'occhio in più casi roteante come quello di un camaleonte. Bizet la fa cantare per sé sola, comandata di tacere. Canta l'appuntamento da Lillas Pastia, la caduta dal ponte e la fuga, sostenuta dalla fuga strumentale, irretendo gli astanti con l'alta seduzione della Seguidilla, finché il dragone è preso. Mérimée fa mostrare alla gitana che scappa, dopo aver sferrato un pugno all'amato, due gambe… svelte e ben tornite.

Poi il mese di reclusione e l'addio ai galloni di maresciallo quasi raggiunti. Carmen gli manda un pane, una limetta inglese ed una moneta, ch'egli rifiuterà con onore di soldato, comprendendo, però, come la libertà per gli zingari è tutto. La ritrova tutta agghindata, che balla col timpano alla festa data dal colonnello, corteggiata pesantemente dagli ufficiali. È lì che, ingelosito, furente, si convince d'amarla davvero. Quando la raggiunge a Triana, dall'amico friggitore nero come un moro, intraprende con lei l'avventura fatta di manzanilla, acquisti strampalati con la moneta d'oro da due piastre, e l'intera giornata trascorsa nelle stravaganze più pazze, in casa di una vecchia, vera figlia di Satana. Sembra innamorata, la ragazza, quando canta ridendo Tu sei il mio rom e io sono la tua romi, come fossero già sposi, e lo trattiene quando l'appello lo richiama al quartiere. Lo accusa di essere un cuor di coniglio, un canarino, per la divisa gialla, salvo, all'indomani, a congedarlo, voltandogli le spalle celata nella mantiglia, a meno che non accetti la legge d'Egitto, poiché cane e lupo non si fanno buona compagnia molto tempo.

Difatti la relazione prosegue tra passione e smentite, alterchi e riconciliazioni. Carmen chiede al dragone di far passare della merce di contrabbando, ed alle sue esitazioni si ribella, lo paga, sfidando la sua ira. Lacrime, incontri sfuggiti, affari d'Egitto. Con gli affari d'Egitto i tradimenti, tutti per intercettare carichi preziosi. Di fronte al primo, con un ufficiale, Don José uccide di spada il rivale, rimanendo ferito al capo. Accudito e curato con filtri e formule, sarà costretto ad abbracciare il destino di latitante tra i ladri. Deve accettare la presenza del marito di Carmen, Garzia il Guercio, il più sgradevole mostro che abbia nutrito la zingarerìa. Apprende l'arte dell'imboscata, diviene abile, ma non impara lo sprezzo degli zingari per la vita umana. Né capisce la sua ragazza quando si rannicchia in un angolo a smaltire i pensieri funesti, con rapidi giochi di castagnette usate come scacciaguai.

Bizet omette gli eventi, conducendoci con rullo di tamburino e duo di clarinetto e fagotto, alla taverna di Lillas Pastia, alla danza, d'arpa, flauti ed ottavino, cui si unisce il trio di zingare, Mercédès, Frasquita e Carmen, in una vertigine di selvaggia esaltazione, con colorite percussioni. Descrivono le abitudini etniche nel modo felicemente dovizioso proprio del primo autore. Con i soldati, sono in attesa del glorioso toreador Escamillo, giunto a partecipare al brindisi in suo onore, vantandosi delle proprie prodezze. Nel racconto si chiama Lucas, ed è poco più che un figurante. Escamillo si bea, tronfio, del proprio coraggio, pronto a goder in premio di tanto ardimento, l'amore della sua bella dall'occhio nero.

Il quintetto che segue è frizzante, da operetta: le ragazze accolgono la proposta d'un colpo con merci inglesi da imbarcare a Gibilterra. Dancairo e Remendado contano sulla collaborazione di Carmen che rinuncia, in attesa che il suo innamorato esca di prigione, Amoureuse à perdre l'esprit. Don José si annuncia con un'aria senza accompagnamento proveniente da lontano. La sua donna balla per lui al suono delle nacchere, una cantilena di gruppetti moreschi, fino alle trombe che segnano la ritirata, su cui il duetto prosegue. Ella s'irrita, lo chiama anche qui canarino, ammansita un poco dalla dichiarazione del fiore, La fleur que tu m'avais jetée, consolatore durante la prigionia, incantevole romanza presentata dal corno inglese, con cui il dragone apre l'anima sua combattuta, con grandiosa sincerità. Le obiezioni della gitana, avvezza forse a non far troppa differenza tra verità e menzogna, sono esposte su un'unico Sol martellante, che lascia allorquando il desiderio che condivida la sua libertà si manifesta nostalgico dei luoghi ove Le ciel ouvert, la vie errante, Pour pays tout l'univers, et pour loi ta volonté. L'addio s'impone se lasciare l'arma significa la honte e l'infamie. Eppure al comando del tenente Zuniga di lasciarlo con Carmen, José cambia partito, il le faut bien, e lo sfida. Gli zingari accorrono a disarmare il superiore, fieri che José diventi uno di loro. Il coro finale del secondo atto si chiude sul grido liberté, chiave dell'intera storia.

Il Preludio pastorale apre un luogo selvaggio sulla montagna con le serene volute del flauto sull'arpa tranquilla. Il richiamo del corno ritrova il calamo in un misterioso notturno. Poi avanza circospetta una variazione a gruppetti del tema del toreador nella cellula d'apertura. La libertà ha bisogno di fortuna e prudenza là, sulle montagne, e si paga con sonni preoccupati, sul terreno, davanti ad un fuoco. Don José è già provato dall'incostanza della sua bella. Tu es le diable, Carmen ottiene un assenso inquietante. Mérimée inserisce la constatazione nel momento in cui il dragone scopre la ferocia dei banditi e l'insensibilità della gitana. Gettalo via è la cruda risoluzione che questa gli intima davanti al Remendado agonizzante, colpito nelle reni in un'imboscata. Del resto il suo nome significa rimediato: non val la pena trascinarselo dietro. Garzia, senza indugio lo finisce, mostrando un gelo sconvolgente, mettendosi poi a giocare alle carte con indifferenza assoluta. L'opera, invece, riserva al Remendado un'ottima salute, e così al compare Dancairo, anch'egli, nel racconto, prossimo ad una brutta sorte. Anziché il Guercio, che Bizet non eredita - e morirà per mano di José - pone attorno ai tarocchi Mércedès e Frasquita, ognuna con speranze o timori. Carmen vi legge più volte la morte, lambita dalla testa del tema tenebroso dell'apertura in variante ritmica e crescendo che conduce ad un Andante moderato funebre, al termine del quale i sogni degli zingari riaffiorano: un altro brillante episodio d'insieme séguita nell'orchestra.

Micaëla è anch'ella sulle montagne; nasconde la paura e chiede protezione al Signore, ma non può rinunciare alla missione di distogliere quella donna, cette femme, dal rovinare del tutto l'amato promesso, mutato in un infame con les artifices maudit. Ma non l'incontra; un altro scambio convulso avviene tra Don José ed il torero, che si affrontano con le navajas. Solo l'intervento dei gitani salva Escamillo da un colpo letale. Egli si riscatta invitando chi l'ama alla corrida. La sua uscita porta la marcia che lo ha presentato nella taverna, sonata dal violoncello con gli archi con senso di mesta rarefazione.

La catena che lega José a Carmen è ormai fatale. Neanche la preghiera di Micaëla di tornare dalla madre riesce a riportarlo alla ragione. Si convince infine, perché deve vederla in punto di morte, e si congeda minacciando, col tema di tragedia gridato dai tromboni, che si fonde, tramite un ponte di due flauti con quello del toreador. L'arena di Siviglia merita l'Intermezzo moresco, di melodie raffinate che si snodano su ritmi iberici, introdotto dal penetrante oboe con tamburello a sonagli e risposta dei clarinetti, violini unisoni, ripresa rallentata seguita da tremoli.

Altri fatti accadono nella novella: a Gibilterra Don José sorprende Carmen con un inglese che sta circuendo. Il ruolo del dragone nella sua vita non è mai chiaro, ed è sempre la donna a definirlo: rom, marito, oppure minchorró, amante per scherzo. Ella legge nei fondi di caffè che sono uniti per sempre ed alterna i suoi umori, mentre Bizet la fa disamorare inarrestabilmente. Ancora una volta cura con dedizione il suo uomo, nuovamente ferito dalle guardie, superstite tra i compagni decimati. Ma alla proposta di partire per le Americhe, progetta altri traffici. Non è Manon anche se ne condivide molti aspetti: non è fatta per piantar cavoli. Era il tempo quello, dell'incontro con il narratore. Al capriccio di rubargli anche l'anello, oltre all'orologio, José reagisce picchiandola. Il pianto della ragazza gli fa un'impressione tremenda. La rincorre a Cordova, dove alla festa dei tori Lucas le dedicava già la coccarda strappata all'animale sconfitto. Subito il matador viene incornato, quindi la zingara accetta di seguire il romi che l'ammonisce: Sono stanco di uccidere tutti i tuoi amanti; ucciderò te. La continua corsa per liberarsi rappresenta per Carmen una consapevole agonia, che José non intende, ostinandosi a volerla diversa da quel che è. Chiede al vicino eremita una messa per la sua anima, ma non ha in coraggio di entrare in chiesa. Carmen, taciturna, rassegnata all'ineluttabile disegno del fato, che scorge in molteplici segnali, lo interroga manipolando pezzi di piombo che teneva cuciti nell'orlo della veste. Adesso non amo più niente e mi odio per averti amato. Il furore di José non riesce a fermarsi di fronte ad una donna che non teme nulla, come un demonio. L'estremo rifiuto è suggellato da un triplice, irrimediabile No, seguito dal rapido lancio in un cespuglio dell'anello donatole dal minchorró. L'ultima provocazione. Quello che un tempo era stato un galantuomo la colpisce due volte con il coltello del Guercio. Truce la visione che segue, della morte senza un grido, col grande occhio nero che lo fissa, s'appanna e si chiude. Agghiacciante il controllo con cui l'esito della storia viene impresso nel lettore: l'assassino resta immobile, annientato, prima di riacquistare il ricordo degli ultimi desideri, compiere gli atti della misericordia, la ricerca dell'anello, il seppellimento in un bosco segreto, il suffragio, la consegna alle guardie. La colpa è del Calé che l'allevarono a quel modo è il commento finale che assolve la povera bambina.

Clima gioioso a Siviglia, nella piazza dell'arena. I cori dei venditori entrano sovrapponendosi. Vi si uniscono i monelli in attesa della Cuadrille dei toreri, sul tema principale dell'Ouverture. Folla e fanciulli si avvicendano nei diversi registri, tornando al motivo unisono del toreador. Trombe e timpani segnano l'ingresso delle autorità. Si ritaglia nel tripudio della competizione il duetto d'amore tra Escamillo e la Carmencita. Pur avvertita dalle amiche, della presenza di Don José, distrutto ed implorante, lo fronteggia con l'inflessibilità del rifiuto. La tragedia privata si consuma in contrappunto con la festa della corrida. La zingara spasima per il torero vittorioso e restituisce a a José il pegno della loro unione. Sa ch'egli sta per trafiggerla. Jamais Carmen ne cédera! Libre elle est née et libre elle mourra! Tutti gli archi appoggiano il grido dell'amante che si umilia e chiede un sentimento finito, impossibile. 2) Si chiude il cerchio con l'inizio musicale di tutto, che Carmen raggiunge ammettendo la nuova, ennesima, effimera infatuazione. L'uomo la cui esistenza dipende dal possesso di un essere inafferrabile, damnée e adorée, non ha altra via che disfarsi dell'incubo ed espiare.


 

 

 

 

 

Figurini di Lorenzo Cutùli per l'allestimento 2014 Ente Concerti Marialisa De Carolis, Sassari.

1) P.P. Trompeo, Nota introduttiva a Carmen di P. Mériméè (1943) anteposta alla traduzione di Sandro Penna (1977)), nell'edizione L'Unità-Einaudi 1992.

2) curiosamente simile al primo tema del Concerto per violino di Ciajkovskij, posteriore di tre anni, nell'incipit dopo la cadenza d'avvio.