APPLAUSI MIGRANTI


di MusiCattiva

Analisi di un concerto di provincia



 

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Un piccolo centro della media Italia, d'antichi fasti e moderna Università, un giorno dopo l'altro s'impoverisce di qualcosa. Tristemente rinuncia ai suoi ragazzi ed a quelli provenienti da fuori, poiché l'Ateneo è confinato in zona stazione, perde la gioventù intellettuale costretta ad allontanarsi per trovare dignità, perde negozi - finiti tutti insieme nei non-luoghi di periferia - biblioteche, pezzi di selciato. Con malinconia acquisisce dall'estero ambulanti disorientati e malvisti, badanti indispensabili che riempiono la passeggiata principale ed il mercato, delle loro parlate suggestive. E le progressive, inarrestabili mancanze vengono integrate con il possesso di una quantità incredibile di cani. Anzi, si può affermare che la carenza umana viene integrata con animali domestici, voluti, e piccioni, non cercati ma ancor più infestanti dei primi.

La cittadina cerca di tamponare l'emorragia culturale con tattiche frammentarie. Da anni, forse anche per lucrare qualche contributo, mantiene rassegne più o meno di strada, che contengono qualche sparuto evento culto, nascosto tra la congerie di saggi di danza, cori cittadini, rigatterìe monotone, street-food. Queste eterogenee faccende avvengono per lo più in maggio, solitamente piovosissimo da quelle parti, ed anche, per una settimana, in luglio. Ma, destino dei piccoli comuni italiani, la rassegna proposta ad inaugurazione dell'estate, dopo le prime rutilanti proposte, diviene via via più scarna, e senza approfittare della penuria per promuovere una sana sobrietà. Dunque gli stravizi da abusato rococò del secondo millennio, si sono decomposti in favore di fracassi contemporanei, svolti tra olezzo di fritti e chiacchiere vane. Intanto il cardo, ormai non più parato a festa con luminarie da strapaese e sagome di cartone, è percorso incessantemente, ancora come nelle edizioni di vent'anni fa, da inquietanti mascherine settecentesche, evanescenti come gli spettri di Hogwarts, e forse proprio perciò inesauribili nella spazzante camminata in su e in giù.

Le serate della Settimana ormai promossa Festival Internazionale di Musica Classica e Contemporanea, si distribuiscono in luoghi deputati ovviamente, per conformazione, vicinissimi tra loro, tanto da condividere l'uditorio e disturbarsi a vicenda. Alcune di queste locations espongono la merce sonora che esporrebbero comunque durante la stagione: complessini rock commerciale, con marcata inclinazione al vintage, in diffusione talora pessima e conseguente volume intollerabile. Tra la musicaccia-riempitivo che travalica ed incombe, cerca di emergere qualche lodevole iniziativa. Così sabato 14, troviamo un giovanissimo quartetto d'archi nel cortiletto architettonicamente atipico e graziosamente netto e spoglio, di un notevole palazzo storico che racchiude collezioni preziose destinate all'oblio. L'intitolazione del gruppo, Wolfgang Amadeus Ensemble da sola rende omaggio al dedicatario delle esibizioni, sin dagli esordi festeggiato e preso in giro, fino ad essere, oggi, in questi spazi, quasi dimenticato. Ci si rassegni all'evidenza che una rassegna nata ad imitazione del robusto WAM roveretano e condotta in chiave ridondante-approssimativa, non avrebbe potuto reggerne il confronto.

Il programma del fresco quartettino è lieve, introdotto garbatamente a voce dal primo violino, poiché non dichiarato se non su una locandina all'esterno sconosciuta alle hostess incaricate. Si snoda in un equilibrio metronomico lodevole, scientifico, il celebre Canone di Johann Pachelbel; e così il Divertimento in Fa maggiore che dichiara un Mozart sedicenne di scuola impeccabile. Un elegante esempio di Abendmusik tripartita, che ben si giova dell'organico ridotto, acquistandone squisita levità di esperimento riconducibile agli apprendimenti teatrali coevi. Il riferimento al melodramma prosegue nella citazione dell'audace quanto democratica miscela di contraddanza, minuetto, Ländler - ogni ceto sociale ha la sua danza - alla fine del primo atto di Don Giovanni, dove il Dissoluto cerca di concupire Zerlina abbassandosi coreuticamente al suo stato di contadinella.

Il postromantico Intermezzo della Cavalleria rusticana trascina i concertisti in un'atmosfera profondamente diversa, in quel lirismo sospeso che risulta compresso nei soli esili archi, e necessita di una maturità interpretativa che i quattro, avviati a magnifiche prospettive, acquisiranno nel loro futuro. Futuro che, a sorpresa, intravediamo subito dopo, come se il quadro assumesse di colpo una nuova lucentezza, nella brillante energia di Fulvio Ferrara, flautista, pronto ad affiancarsi a tre di loro, senza il secondo violino, nel mozartiano Quartetto K 285. Probabilmente primo dei quattro commissionati dal flautista Ferdinand Dejean, questo, in Re maggiore, porta la data autografa del Natale 1777, la medesima dell'avvio del secondo Concerto, derivato, sempre per il dilettante olandese, da una composizione per oboe riciclata. Il clima avanguardistico di Mannheim, dalle straordinarie lezioni ben recepite dal ventenne salisburghese, si arricchisce del sentimentale Adagio di commovente effusione. D'accordo, conosco Fulvio, figlio di cari amici, ma non esagero nel sottolineare il magnetico effetto del suo ingresso in scena. La sua lettura è adamantina, guidata da una chiarezza d'intenti che sa di talento sostenuto da passione intensa. Dal Liceo musicale il ragazzo è pervenuto al Conservatorio, forte già di collaborazioni autorevoli e varie, ovunque apprezzato, in attesa di un prossimo semestre Erasmus in Bassa Austria. Affamato e misuratamente folle, riesce a vivificare gli amici Silvia Monti, Melody Di Paolo, Clara Deheza, Giovanni Narciso, ma anche - ho constatato - gli altri suoi contatti d'arte, coinvolgendoli nella personale visione dei capolavori.

Peccato. Peccato per le interferenze della vicina band in antimozartiana esaltazione; per il ben prevedibile andirivieni di anime perse in un continuo sedersi ed alzarsi, e vagare col cellulare in mano, qualche volta anche ad un palmo dal viso degli esecutori per riprenderli in macro nell'esercizio delle loro funzioni, quasi queste fossero un giochetto senza impegno alcuno. Peccato per i commenti ad alta voce. E gli applausi, scroscianti, intromessi a sproposito ad ogni cadenza. Non riesco a capire come generazioni ormai tutte passate attraverso un'educazione musicale dispensata almeno nel triennio dell'obbligo, restino immuni da quel poco che avrebbero dovuto registrare nelle loro teste. Ma il peggio sta nel concorso all'approvazione, di cani e cuccioli membri incontestati dell'uditorio. Oggi, almeno in un piccolo centro della media Italia, alla musica segue il battimani con guaito e latrato, dopo un secolo e mezzo dalle costumanze dei teatri popolari dove il buon Wolfy si era messo a cercare nuova linfa. * Ed intanto gli astanti interinali migrano verso altre postazioni, tra un brano e l'altro, ma anche durante. Contemporaneamente si ha libertà di conversare, urlando per potersi intendere, davanti ai caffè, o intervallare un pezzettino di concerto da camera con le ouvertures della grande Orchestra nella Piazza maggiore, dove, neanche a farlo apposta, sta risuonando in tutta la sua maestosa emotività sinfonica l'Intermezzo dalla Cavalleria di Mascagni, appena ascoltato in versione smilza, e l'ospite Michele Mirabella si lancia in dotte, amabilissime chiose da musicologo d'ampie vedute ed ammirevole sapienza. Invoco un DASPO per chiunque, col contegno di cui sopra, non l'abbia nemmeno notato.

 

 

 

 

 

 

 

Tutte le immagini sono fotografie scattate dagli autori degli articoli

* La versione originale del film Amadeus di Forman contiene una scena in cui il giovane Wolfgang fugge dalla casa di un nobilotto della campagna viennese che lo ha scritturato per divertire i suoi numerosi cani.