SICA SOB O SOLO

di Linda Trabucco

Preziosi strumenti nella Metro di Lisbona

 

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Un open-space completamente vetrato, rivestito in legno chiaro e luminose tappezzerie smeraldine, si apre nel sottosuolo, appena emergente sulla via dedicata a João de Freitas Branco. Lisbona ha il suo Museu da Música nella stazione metropolitana di Alto dos Moinhos, che si affaccia accanto all'Estádio de Luz nel quartiere São Domingos de Benfica. Il ritratto della più celebre artista di canto portoghese, Luísa Todi, dipinto da Élizabeth Vigée Lebrun, accoglie gi ospiti consapevoli ed i frequentatori casuali della moderna Estação. L'interno si percorre attraverso una lineare passeggiata che consente di ammirare le collezioni raccolte in anse aperte. Un secondo piano è riservato ad uffici, laboratorio di restauro e centro di documentazione, così che aggirarsi tra le opere, riprendendone l'osservazione a piacere, senza vincoli di porte o scale, risulta esperienza serena e gratificante.

Una gran varietà di strumenti a pizzico attrae conducendo agli antenati, provenienti dalle culture d'Africa e Brasile. Vetrine piene di cordofoni a manico raffrontano violas, guitarras e cavaquinhos. Le prime ricordano quella che siamo abituati a chiamare chitarra: sono piccole, tuttavia, rispetto al modello di Antonio Torres, decorate ad intarsio attorno alla fossa. Delle più antiche, violas francesas, una, elegantemente filettata, viene dalla mano illustre del napoletano Gaetano Vinaccia. La coppia di violas toeiras ottocentesche proviene da Coimbra, ed una viola de terra anonima, dalle Azzorre. Quelle, da serenata, hanno la buca ovale e corde doppie; questa porta sulla tavola armonica due leggiadri cuori di risonanza. Petitjean l'aîné da Mirecourt, António dos Santos e José Rodrigues Bruno le firme note. Da Madeira una viola de arame a nove corde (aramas) a forma di pesce, ed un folclorico rajão a cinque, sempre con il cantino singolo. La foggia ittica, con tanto di coda nel cavigliere, è ripresa in un uno dei due cavaquinhos, mentre il secondo, sempre a quattro corde da sonarsi a rasgueado per armonia, conserva l'aspetto curvilineo. Accanto ad una viola dall'ornamento a raggiera, una bandurria spagnola dalla tavola ricamatissima. Vicente de Menezes, António Quintal il giovane ed Augusto Merciano Costa i costruttori. Squisitamente lisboete le guitarras portuguesas e la inglesa: quella di António José de Sousa ha il cavigliere a paletta. A   queste si aggiunge una più recente opera di Joaquim Domingos Capela da San Félix da Marinha, datata 1884. Henrique Rufino Ferro e Avelino Coutinho gli altri artigiani.

La didascalia del liuto tedesco Buchenberg di fine Rinascimento (alaúde) avverte delle molte modifiche che ne avrebbero snaturato l'autenticità. Gli straordinari intarsi di madreperla che percorrono la tastiera lo fanno apprezzare ugualmente. Del medesimo autore una tiorba, che gareggia con pezzi cinesi affini dell'Ottocento e con un paio di sitar indiani coevi completamente coperti di fittissimi ornamenti floreali. Anonime la cítara e la pandora, l'una francese, l'altra inglese, del Seicento, quest'ultima bizzarra quanto la cítara campaniforme tedesca che l'affianca. La guitarra de teclado di Gérard Deleplanque da Lille, monta sei tasti in obliquo accanto al ponticello. Rassicuranti, invece, due bandolins dei campioni italiani Vinaccia e Calace, con la rosa tonda elaboratissima in trina di pergamena il napoletano, con l'ampia buca ovale e l'affusolato manico, battipenna e cordiera meravigliosi, il procidano. Accostate curiosamente ad una chitarra elettrica messicana Fender del 2006, due liras-guitarras francesi, una guitarra-harpa di Santos ed una viola de mão dalla bottega di Custódio Cardoso Pereira, del primo Novecento.

Almeno una mezza dozzina le arpe, una Cousineau con una Nadermann ed una Pleyel, e vicino, un cordofono di tradizione africana ed un quin cinese. Ci sono anche un'auto-harpa tedesca e grandi salteri a pizzico e percussione, uno dei quali con l'interno del coperchio recante un bellissimo paesaggio. Di due trombetas marinhas secentesche quella francese è un monocordo, con un'adorazione dei Magi dipinta alla base della tavola. L'altra è italiana, come la lira da gamba a sette corde del mantovano L. Morella, operante a metà Cinquecento. Viole da braccio a diversi registri e due viole d'amore tedesche, di Stainer e Alletsee, preparano una serie di archi acuti: un rabel italiano appartiene al primo Settecento; di raffinata fattura, coniuga le geometrie della tastiera e del bordo con decori fitomorfi luminescenti; un rebab e una rabeca africani, più recenti, sottolineano parentele, corroborate dalle tre violinas de algibeira - da tasca - italiane, una, più piccola e tondeggiante, e più antica, di Marco dalla Costa, a tre corde, con minuscolo scudo laddove le sorelle hanno il riccio. Un Eh'ru cinese con la cassa rivestita in pelle di serpente, ed un esraj indiano dal manico coloratissimo, completano la teca. La rabeca chuleira di António Duarte ha bottoni di madreperla per segnare le posizioni. Un violino trapezoidale contrasta con i colleghi lusitani di foggia più consueta. La viola de arco di Joaquim José Galrão ed il violoncello dell'inglese John Hare mostrano il gioco di sottilissimi intarsi sul fondo. Ma la star della categoria è un violoncello conosciuto col nome di Chevillard, costruito da Antonio Stradivari nel 1725; nel 1909 ne entrò in possesso il re del Portogallo Dom Luís. Danneggiato dalla permanenza nei magazzini del Palazzo di Mafra, è stato restaurato e riabilitato dai dubbi sulla paternità avanzati dalla violoncellista Guillhermina Suggia, all'apertura dell'attuale Museu. L'artista possedette un Henry Lockey Hill qui esposto. Un violone di Andrea Guarneri, costruito nel Seicento, condivide la vetrina con tre contrabaixos, di cui uno di Francesco Barbieri da Verona. La sanfona parigina di Jean-Baptiste Cailhe, dalla filettatura in due essenze che corre lungo il perimetro della tavola, accetta il confronto con una nyckelharpa svedese ed un melofone francese istoriato con un cartiglio e due medaglie, una concertina ad ance libere dalla storia effimera. Gli intrusi sono un modesto fischietto, l'apito, ed uno cheng cinese pluricalamo.

Proseguendo lungo l'itinerario che riconduce all'entrata  sono le tastiere a narrare la loro storia. Accanto ad un pianoforte verticale dal mobile squisito, il Bechstein appartenuto a Luís de Freitas Branco, il compositore e musicologo lisboeta di grandi meriti, oscurato dall'Estado Novo, padre di quel João, Direttore Generale degli Affari Culturali e Segretario di Stato per la Cultura e l'Educazione Permanente della Terza Repubblica, cui è dedicata la via del Museu in superficie. Un Pleyel del 1962 appartenuto all'Hotel Ritz, fu sonato da tutti i pianisti illustri in tournée a Lisbona; è detto crapaud per la sua coda ridotta, mutuando un'espressione di Charles Gounoud. Un prezioso piano de mesa della manifattura Muzio Clementi s'impone con l'iscrizione al disopra del manuale New Patent Cheapside London. Il pianoforte Henrique van Casteel, del 1763, rappresenta l'importazione del brevetto di Cristofori da parte del cembalaro belga trasferitosi in Portogallo a metà del secolo, dopo il terremoto di Lisbona. Un grande, splendido virginale Johannes Ruckers testimonia l'attività di quella famiglia di artigiani fiamminghi. Singolare la quantità di clavicordi, tutti portoghesi tranne uno, tedesco: se ne può apprezzare la delicata meccanica. Unico il cravo* di Joaquim José Antunes, che nel 1758 poteva ancora produrre nella fabbrica del Bairro Alto, scampata al disastro che rase al suolo la Baixa. Il fratello, Manuel, ottenne un privilegio reale nel 1763.

Significativa la relazione tra i Bragança e la cultura italiana: all'Infante Dom António, fratello di João V, Lodovico Giustini da Pistoia dedicò la prima raccolta di 12 Sonate concepite per cimbalo di piano e forte detto volgarmente di martelletti, intorno al 1732, quando il musicista conobbe in Firenze il sacerdote brasiliano João de Seixas da Fonseca Borges, accreditato presso la corte. Il Toscano offrì l'opera sua all'Altezza Reale, qual segno dell'Armonia Celeste presente nelle Virtù del principe, propiziandone quella che poi fu un'effettiva ampia diffusione nel Regno. Accanto ad una spinetta italiana del Diciottesimo secolo, rossa sui profili, decoratissima a piante e figure nell'interno, un altro cravo dipinto a soggetti cinesi in verde, di Andreas I Ruckers; sotto il doppio manuale mostra le ginocchiere aggiunte nel Settecento da Pascal Taskin, che ritoccò molti esemplari della ditta con registri e dispositivi atti ad addolcirne il timbro ormai percepito come desueto. Altri cordofoni mignon sono visibili dall'esterno, alla fermata della Linha Azul. Il Louis Boisselot a tre leggii, accompagnò Franz Liszt, con il suo artefice, per tutto il tour iberico compiuto tra ottobre e novembre 1844. Giunto a Lisbona all'inizio del '45, per ricevere l'Ordem Militar de Cristo dalla regina Maria II, Liszt sonò, in uno degli innumerevoli concerti offerti alla città, con João Guilherme Daddi ed ebbe in seguito come allievo José Vianna da Motta. I ritratti delle due personalità sono, con quello di Ferruccio Busoni, altro mentore di quest'ultimo pianista, sulle pareti attorno, che accolgono anche tele, stampe e disegni, a complemento dell'esposizione primaria, come le graziose sculture.

Un gruppo di tastiere col mantice - flutina, acordeão, armónica, harmónio, bandoneon - incornicia due organi positivi settecenteschi, uno di piccola taglia, destinato ad esecuzioni domestiche, e l'altro, dalle magnifiche ante in verde e oro ed i dieci registri a tirante ai lati dell'unico manuale, realizzato da Joaquim António Peres Fontanes, costruttore che impose i peculiari requisiti dell'organaria portoghese. L'incantevole orgão portativo con fregi in foglia d'oro, sormontato da un angelo snello drappeggiato, con le ali all'insù, si deve, ai primi del XX secolo, al falsario fiorentino Leopoldo Franciolini, abilissimo nell'imitare in ogni minimo particolare modelli del Seicento. Una vetrina contiene batutas per la direzione d'orchestra.

Un dizi cinese ed una flauta indiana, con delle ance doppie indicate come ocarinas, presentano flautins e flautas transversais di varia provenienza, realizzati in materiali inconsueti, come il Claude Laurent dell'Ottocento, in cristallo, e l'anonimo francese in avorio, i bengalas, ossia flauti-bastone da passeggio. Molti dei traversieri sono portoghesi, di Manuel António da Silva e della famiglia Haupt, come un corne iinglés tra gli altri di paternità tedesca. In mezzo agli oboé tedeschi c'è un Andrea Fornari veneziano. E poi un clarinete ed un baixão portoghesi tra le tante ance doppie d'altra nazionalità, con l'esotico suo na. La trompa de roscas di Pierre Louis l'aîné Gautrot è un corno naturale dalla campana ricchissima di figure orientaleggianti, mai stupefacenti come quelle smaltate tra fiori blu, sul corno di fattura portoghese che sembra un azulejo in forma ritorta. Fra tube, fagotti, cornamuse, clarins e cornetins, una complicata trompeta da pistões di Adolphe Sax, un cornetto ed un serpentone, fino ai minacciosi padiglioni come draghi a fauci spalancate, di tromboni a coulisse.



Un kuisanji d'Angola, dalle barre metalliche, ed un balafon di Guinea affiancano una coppia di bo cinesi, come il gong, castanholas di Spagna e due campani, l'uno il drilbu dei monaci tibetani, l'altro, chocalhos, da appendere al collo dei buoi sui pascoli del Portogallo. Come locali sono i timpani del Settecento, la rullante caixa de rufo, l'adufe quadrato e la sarronica di terracotta a frizione, mentre il longilineo tambor viene dal Mozambico. Chiude l'apoteosi una tedesca caixa de música Polyphon del tardo Ottocento, che allietava le serate al café con dischi metallici perforati interscambiabili.


Il migliaio di esemplari costituisce l'incremento, dal 1911 in poi, della collezione Alfredo Keil, acquistata con António Carvalho Monteiro, da Michel'Angelo Lambertini, e, dal 1916, di parte della collezione Lamas messa all'asta dagli eredi. Lambertini fu incaricato dal Governo di raccogliere pezzi dispersi per vari edifici, e ne assemblò un primo nucleo in una sede di Rua do Alecrim. Ma alla morte dei fondatori, entrambi nel 1920, l'impresa perdette energia, per riprendersi solo un decennio dopo, ad opera di Tomás Borba, curatore di museo e biblioteca del Conservatorio. Borba recuperò, oltre a quelli alienati al suo Istituto, i restanti strumenti di Monteiro e quelli del re Dom Luís che erano in Palazzo Ajuda, e nel 1946 riuscì ad ospitare l'esposizione nelle sale del Conservatorio, ove rimase fino agli Anni Settanta, quando, nel progetto di ampliamento dei corsi di danza, cinema e didattica dell'arte, si decise di trasferire il Museu in Palazzo Pimenta. Nel 1975 João de Freitas Branco fece spostare tutto il patrimonio nella Biblioteca Nazionale, affidandone l'inventario a Santiago Kastner. Nel 1991 gli strumenti traslocarono al Palazzo Nazionale di Mafra, e due anni dopo, per decisione congiunta della Direzione generale dei Beni Culturali e del Comune di Lisbona, nacque l'allestimento definitivo, inaugurato il 26 luglio 1994.

 

 


 

 

 

 

* Mentre il Glossario di Giampiero Tintori (Gli strumenti musicali, Milano 1971), dà al cravo la definizione di pianoforte, nei cartellini del Museu da Musica, in tutti i casi la traduzione inglese è harpsichord, cioè clavicembalo.

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